A venir messo subito

A venir messo subito sotto la graticola era chi non aveva previsto il tutto. Se fossimo stati più cauti, sosteneva l’argomento, non saremmo finiti in questa situazione. Non succede, ma se succede... questo avremmo dovuto predicare dal principio!
Si ragionava così anche nel mio pianerottolo. Il mio vicino durante la prima quarantena di quindici giorni era stato irremovibile: te lo sogni che io esca di casa alla scadenza, la prudenza non è mai troppa.
Non si sa mai, gli risposi io.
Quando c’è di mezzo la salute poi.
Be’ fra vedere e non vedere.
Io dico che viviamo in una situazione di incertezza cronica.
Lo dico pure io. Immaginati se esci di casa domani, attraversi la strada e bam! Ti mettono sotto.
Non sarebbe la prima volta.
Nel dubbio io non attraverso mai la strada.
E come fai a...muoverti?
Faccio dei giri più lunghi, ma un altro modo lo trovo. Essendo un insegnante ho molto tempo libero, la maggior parte del tempo non faccio nulla, abbiamo anche molte vacanze, i ponti e perfino gli scioperi. Non dimenticarti che prevenire è meglio che curare.
Parli al presente storico?
Sì parlo al presente, ma non sono uno storico.
No senza virgole, presente storico inteso come presente indicativo in riferimento a fatti svoltisi in precedenza al momento dell’enunciazione.
Ah, certo. Io non esco, io resto a casa.
Neppure io esco. Però attraverso la strada.
Attraversi o attraversavi?
Attraversavo.
Non te ne faccio una colpa, ma quando c’è di mezzo la salute.
Sì, la salute viene prima di tutto. Per questo alla fine della quarantena non esco. Oggi ci siamo, ma domani chi lo sa.
Chi ha la salute ha la speranza, e chi ha la speranza ha tutto.
La salute val più della ricchezza.
D’altra parte chi è sano è ricco.
Sono d’accordo, rispose un’ultima volta mentre si accendeva una di quelle sigarette che con prudenza aveva accumulato in scorte che avrebbero resistito dei mesi.
Io non avevo mai fumato una sigaretta in vita mia e quindi di casa continuavo a uscire nei limiti dei decreti vigenti. Potevo fare la spesa e andavo a farla, potevo andare a mettere in moto il motore dell’auto per evitare di perderci la batteria e ci andavo, potevo fare stretching nei posti isolati e andavo a farlo lungo il canale. Più che spavaldo ero accorto, conoscevo i vicoli della mia città e passavo per quelli che sapevo sarebbero sfuggiti all’occhio vigile della legge, camminavo vicino ai muri e a Graham Greene per sentirmi più scaltro. Ciò che temevo non era il mio violare la legge, che non violavo, il mio essere incosciente, che non ero, ma l’incontrare un poliziotto o un carabiniere che dopo una carriera passata a chiedere patente-e-libretto aveva ora un certo potere discrezionale, delle armi e qualche decennio di monotonia da sfogare. In verità c’era una seconda cosa che temevo: il contatto morale e non fisico con gli altri. Una mattina, durante il consueto quarto d’ora d’aria per espletare la consueta attività consentita, di fronte a una bottega un signore piuttosto anziano prese a tossire e sputare catarro scuro, in macchie compatte simili a monetine da cinque centesimi. Che diavolo fa? Ma è impazzito? Non deve uscire di casa se ha la tosse! Quelli vicini a lui, a distanza di almeno un metro come le regole imponevano, continuavano ad aggredirlo verbalmente. Ma roba da matti. Qui si tratta di morire e questo esce con la tosse. Tirai dritto e mi feci schifo: non conoscevo quel signore, ma conoscevo quel catarro. A quell’età lì e con una vita di nazionali senza filtro alle spalle, era un miracolo che quell’omino indifeso non sputasse direttamente i polmoni: la sua tosse, la normalità, era agli occhi di tutti il segno della maledizione portata in giro a maledire tutti gli altri, pure quelli che respiravano dalle bombole dentro i loro scafandri. Mi feci schifo, ma non presi paura e continuai a uscire nei soliti limiti.
Cominciai a cambiare idea quando da lontano vidi il sindaco a un posto di blocco a fianco alla camionetta dei carabinieri. Che cosa ci faceva? Mi avvicinai con fare disinvolto, quel tanto che bastava per sentire le sue urla.
Ma lei che cosa ci fa in giro? Inquisiva nei confronti di un omonimo passante.
Vado a fare stretching al parco.
Lo vuole capire che non dovete uscire? Lo vuole capire che è pericoloso?
In realtà sapevo che si potesse, sa almeno per lo stretching.
Si può ma è meglio di no. E se tutti vanno al parco lei lo sa che cosa succede?
Signor sindaco, sono le 7 del mattino.
Io le ho viste le foto sull’internet, l’altra mattina al parco c’erano quindici persone. Lei se ne rende conto di quale rischio corrono quindici persone? Io oggi lo chiudo il parco. E se continuate così domani vi chiudo dentro casa!
Signor sindaco, mi scusi...
Vi chiudo dentro casa!
Signor sindaco, ma le esce della bava dalla bocca.
Vi chiudo dentro casa!
Non è sicuro, sa il virus si propaga così, con la saliva.
Uso i droni!
Signor sindaco, la sua saliva è su di me.
Usiamo l’esercito!
La prego, signor sindaco.
Fu in questo momento che il sindaco gli strappò l’anima con le mani. O forse non lo fece, ma è un dettaglio secondario di questa storia. I droni, e che siamo in Eurasia? I droni che controllano volano solo nei film e io avrei dovuto smettere di credere a tutto ciò che leggevo, continuavo a ripetermi. Non volerà nessun drone, se non per fare quei video delle città al tramonto o quelle foto di gruppo nei villaggi vacanze in cui un centinaio di ventenni pagati una trentina di euro al giorno per quaranta ore di lavoro si mettono in cinquanta pose diverse per poi sessanta giorni dopo la fine del contratto credere che quell’esperienza da nave negriera fosse stata qualcosa di bello, caro, da stringersi al cuore. Il passso successivo sarebbe stato lo scan della retina, continuavo ancora a ripetermi lasciando viaggiare la fantasia. O magari un sistema per cui ogni volta che entri o esci da un palazzo viene registrata la tua temperatura e il governo sa dove sei, dove vai, cosa fai. Ah ah ah. Ma figurati se possono accadere cose del genere, ancora una volta continuavo a ripetermi. In Italia poi? Fatta la legge, trovato l’inganno.
I droni cominciarono a volare davvero perché il sindaco della mia città non era stato un caso isolato e uno dopo l’altro i primi cittadini salivano sul pulpito cibernetico e provavano a risolvere l’annosa questione di chi ce l’avesse più lungo. I muri non troppo pesanti di casa mia mi permettevano di sentire il vicino che fra un colpo di tosse e l’altro esprimeva soddisfatto la sua approvazione. Bravo, sindaco di Moncenisio. Così si fa, primo cittadino di Montelapiano. Diglielo, leader massimo di Baradili. Piano piano!, signor sindaco di Poggiodomo, se continua così dovrò cambiarmi le mutande! Forse quel poster di un Pol Pot nel corpo di Jamie Lee Curtis che aveva in salotto non era così divertente come mi aveva fatto credere per anni. Non passò molto tempo prima che i presidenti delle regioni invocassero l’esercito e l’arresto per chipasseggiava, eppure ostinatamente stazionavo nel campo democratico nel quale avevo iniziato a militare alle scuole medie durante una gara di corsa campestre. Stavo nel mezzo del gruppo, fui urtato e urtai e l’ultimo urtato mi urlò stai attento, figlio di puttana. Finita la gara mi avvicinai da lui: scusa caro, ma hai delle prove per dire che la mia mamma è una puttana? Non mi disturba che tu lo dica, è un tuo diritto dire quello che ti pare, viviamo in una democrazia, però dobbiamo discuterne, perché senza prove ognuno può dire quello che vuole e sai io ci tengo alla verità. Non mi rispose neanche, ma alla democrazia ero stato educato e non ci avrei rinunciato per una corsetta senza grandi ambizioni. Perfino alle elementari avevamo partecipato al gioco democratico: ogni settimana veniva eletta una coppia di censori — probabilmente non era questo il loro titolo, ma non ricordo quello reale — che avevano lo scopo di segnare su un foglio chi chiacchierava, per poi passarlo alla maestra. I censori avevano sempre a fianco altri due o tre bambini che ti sorvegliavano come piccoli droni di carne, grembiuli blu e igiene precaria per poi vociferare ecco ti ho visto, e far mettere il tuo nome nella lista sillana. In questi terribili elenchi alla fine di un’ora di lezione si affollavano anche centinaia di nomi. I primi cittadini ai tempi del pacioccone si erano ridotti a questo. Sì capisco, avrei potuto prevederlo, ma scusatemi tanto se la mia ferrea educazione democratica mi portava a credere che a cinquant’anni non ci si comporta più come a otto.
Ah ecco, non ci avevo mai fatto caso. I nostri censori cambiavano ogni settimana, miracolosamente nessuno vinceva per due volte di fila e anzi, l’andamento delle coppie vincitrici seguiva l’ordine dell’alfabeto. Ora è tutto chiaro: maestra, anche tu cedevi così presto alle spinte autoritarie? Cinquant’anni, otto anni, che differenza volete che faccia.

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