La mia divertente danza

La mia divertente danza al supermercato aveva presto smesso di evolversi. Avevo provato a pianificare nuove mosse e percorsi, disegnato nella mia testa arguti messaggi in codice e altri baci metallici, ma le regole del gioco cambiavano rapidamente, di giorno in giorno, di comune in comune, e il giovedì non sapevo quante facce avrebbe avuto il mio dado. Avevano tolto la cancelleria e poi tolsero le birre. Il vino sarebbe rimasto? Mentre me lo chiedevo alcuni comuni già lo vietavano. Con una certa sollevazione accolsi allora la decisione del governo di dare al tutto un po’ di coerenza e uniformare le regole su tutto il territorio nazionale. Chiariamoci: durò pochissimo. I sindaci avevano comunque la possibilità di restringere qualcosa in più e non perdevano occasione di farlo, ma avere almeno un orizzonte mi aiutava a combattere l’infermità mentale e quindi accolsi fra la soddisfazione e la rassegnazione la comparsa di quella tunica bianca di lana consunta sugli schermi televisivi. Venni a sapere da un amico ben informato che puzzava ancora di bruciato, Fra Girolamo Savonarola, quando avevano deciso di tirarlo fuori dalle ceneri, ma che nonostante tutto parlava ancora un favoloso volgare. Il braccio destro gli pendeva innaturalmente di traverso lungo il corpo, incapace di sollevarsi o di muoversi e le dita della mano erano come immobili nell’atto di benedire. La testa leggermente piegata e la bocca semichiusa lo costringevano a uno sforzo immane per esprimersi con la chiarezza che avrebbe voluto e che certo non aveva dimenticato. Eppure, nonostante la fatica, le parole venivano fuori scandite e feroci, senza aria che le portasse su, senza polmoni che le spingessero: erano parole che fumavano direttamente dalle ceneri. Si racconta ancora che nel 1498 l’Arno fumò per giorni e giorni, fino a quando tutti non smisero di guardarlo per vedere se fumava ancora, se fumavano ancora quelle ceneri, nonostante la mole d’acqua che provava a zittirle. La testa pelata, i piedi sanguinanti, il braccio sinistro che pure cigolante si muoveva appoggiato su un leggio a fianco alla bandiera italiana.
Essendo la generazione umana molto proclive al male e massimo quando è senza legge e senza timore — prese ad annunciare il frate — è stato necessario trovare la legge per raffrenare l’audacia dei cattivi uomini.
Il presidente del Consiglio, non troppo distante lo ascoltava senza lasciare trapelare emozioni, incoraggiandolo con lo sguardo ogni volta che il corpo disabituato alla vita faticava a funzionare normalmente.
Quindi il frate riprese: Prima il timore della Scienza, perché certa cosa è che ogni regno e governo procede dalla Scienza come anche ogni cosa procede da lei, essendo lei la prima causa che governa ogni cosa; e noi vediamo che il governo delle cose naturali è perfetto e stabile, perché le cose naturali sono a lei soggette, e non ripugnano al suo governo
Potevo vedere le ceneri fumare chiaramente intorno a quella figura nella tunica di lana, fumare con maggiore decisione quanto più il braccio sinistro cedeva e quello destro cadeva in avanti, tanto più la testa pelata si riversava sul leggio e quel corpo massacrato perdeva forma. Più le spoglie si disfacevano, più il fumo si faceva scuro, avvolgente, definito nei suoi contorni.
Mi accorsi che non c’era alcun microfono: avrei potuto spegnere la televisione ma non avrei potuto spegnere quelle parole: Ma perché l’uomo ha pur bisogno di sovvenire alla vita corporale e sua e della sua famiglia, perciò tanto deve volere delle cose terrene quanto ha bisogno secondo la sua condizione. Non si deve curare di arricchire i figli, perché se saranno buoni non avranno bisogno di ricchezze.  Deve ancora levare l’affetto della carne e vivere castamente, fuggendo le donne e le altre occasioni della lussuria. Ancora si deve guardare l’uomo di andare in luoghi pericolosi all’anima, come a balli, a taverne; e in effetti devesi guardare, come dal fuoco, da tutte le cose che lo possono facilmente indurre in errore.
Poi d’improvviso la cenere si spense, la telecamera scivolò in fretta e furia sul presidente del Consiglio che dava ordine al disordine. La produzione di pane doveva ridursi solamente a una tipologia di pagnotte di semola in grado di restare fresche per qualche giorno. I beni non necessari come tutti quelli di natura dolciaria non potevano più essere né prodotti né consumati. Zeppole, pizze, fritti, cioccolati, torte, gelati erano nemici della nostra sicurezza. Le famiglie avrebbero dovuto avere cura di indossare una stessa tuta da ginnastica per tutta la settimana, onde evitare il moltiplicarsi dei lavaggi in lavatrice e così ridurre la necessità di approvigionarsi di detersivo al supermercato. Lo stretching anche in solitaria venne vietato, per gli animali domestici di qualunque natura doveva provvedersi a creare da sé apposite lettiere. Per quanto concerneva l’uscire nei balconi in varie forme di rituali di massa, ancora era considerabile come tollerato, ma soggetto a futura verifica.
Nei balconi in effetti la gente aveva cominciato a riversarsi quasi subito, questo almeno chi ne possedeva uno. Monolocali, bilocali o sontuosi attici, per tutti era l’occasione di respirare un po’ d’aria con cadenza giornaliera. La legge aveva per un periodo consentito di andare a fare la spesa a piedi e a costo di dovermi trascinare ingombranti bustoni per un chilometro o poco più ne avevo approfittato. C’era chi applicava per se stesso e per gli altri la legge in maniera più zelante: non metteva mai il muso fuori di casa grazie ai rider (quando anche questi potevano girare a piede libero) e passava il tempo fra il divano e il balcone, sempre con il telefonetto in mano. Per un po’ si poteva forse sorridere di questa mutazione antropologica perché non pareva tanto diverso dal ‘gioco delle comari’, antico e tutto sommato poco pericoloso come l’altrettanto noto ‘gioco della sedia’ che reggeva i consigli regionali soprattutto nelle regioni a statuo speciale. Uno sguardo sprezzante, una tinta di disappunto, qualche leggero movimento di disapprovazione, ma le mutazioni non vengono da sole e quando la storia accelera accelerano anche loro. Le comari si trasformarono in franchi tiratori, armati di telefonetti e di un accorto uso dello zoom grazie al quale filmavano imperterriti i movimenti sospetti della popolazione. Ci finii pure io sotto i loro mirini, ma se ricordate la vicenda di Graham Green, avevo una discreta esperienza letteraria per percorrere le vie nella migliore maniera che mi tenesse lontano da quei micidiali affondi. Il franco tiratore ti dà la caccia e allo stesso tempo ti teme: lui insegue te, ma tu insegui lui. Un passo falso e la copertura è saltata, la posizione guadagnata con così tanto e sapiente lavoro perduta per sempre, e con questa le occasioni di trarne vantaggio per castigare altri matti. Ma la mutazione andò avanti, perché avanti andava la storia; i tiratori non mi temavano più, non temevano più nessuno, la punizione doveva essere immediata e pubblica. La comare che si era fatta tiratore si faceva ora legione e investì pure me con la sua forza micidiale.
Un giovedì, ancora un giovedì, stavo andando a piedi al supermercato. Presi le dovute precauzioni: muro destro, muro sinistro, accelero all’incrocio delle strade, evito i lampioni, striscio sul marciapiede, fingo un colpo di tosse per distrarre lo sguardo attento e poi rapido mi piombo giù per la via. Dio solo sa quanto ero bravo. Così bravo che presi a sopravvalutarmi, fino a quando venne naturale una leggerezza, un piccolo errore. Dicono che il virus avesse cominciamo a diffondersi proprio così, con un medico che dimentica di lavarsi il dito di una mano e poi se lo ficca nel naso per tirare fuori quell’ospite fastidioso che per tutto il giorno lo aveva tormentato sotto la tuta di biocontenimento. Feci anche io un errore dello stesso tipo e dal balcone la legione se ne accorse.
Ehi tu dove credi di andare?
A fare la spesa, replicai sorpreso.
Ci devi andare in macchina!
In realtà potrei, ma non devo. Anzi, preferirei di no.
Quando ci sei andato l’ultima volta, eh?
Una settimana fa.
Si va ogni tre settimane.
Si va quando si deve andare.
Devi stare a casa!
Preferirei di no.
Devi stare a casa brutto figlio di puttana!
Anche le uscite nei balconi finirono nel vortice. Un colpo di tosse, uno starnuto, poteva essere catturato dal vento e l’orrido vettore del virus finire addosso ai dirimpettai o a qualche povero ragazzo che si trovava cinquanta metri più in là. La legione cominciò a colpire anche nei balconi: usciva con mascherina e occhiali e intimava a tutti di rientrare, anche a quelli che, come me, preferivano non farlo. Il silenzio delle vie, che era stato interrotto per qualche settimana dalla musica che alle 18 tutti correvano a esporre dai propri balconi, tornò presto a regnare sovrano sotto la forza della grande mutazione. Il mio massimo gesto di ribellione fu fregarmene per un giorno, strisciare fino al balcone e a tutto volume far suonare le Chant du depart.
Anche se non ti vedo ti sento e so che sei lì, gridò la legione. Devi stare a casa, brutto figlio di puttana.

Comments

Popular posts from this blog

Proposero un giorno una cura che sembrava

Il governo tese sempre più a liquefarsi, mollava

Furtivo come un ladro, violento come un