Le pagine ministeriali annotavano
Le pagine ministeriali annotavano una infinita lista di sintomi che si erano manifestati nei pazienti esaminati, così da poter orientare il singolo cittadino nel comprendere il suo stato di salute. La febbre, la tosse, i dolori addominali, il mal di gola, l’emicrania, i dolori articolari, una strana sensazione di pesantezza sul petto e così continuavano a coprire tutti i possibili casi. Ognuno di quei sintomi era potenzialmente mio, data la grande capacità della mia mente di comunicare al mio corpo le sensazioni che immaginava. Avevo mal di schiena o era la strana sensazione di pesantezza sul petto? I dolori addominali erano dovuti alla peperonata o al virus? Aver spaccato il termometro sul davanzale di cucina era l’unica cosa che mi separava dal tampone e, di conseguenza, dalla malattia. L’umore, mio e suppongo dell’intera nazione, era ondivago: stabile in alcuni giorni, in picchiata in altri; frizzante la mattina, mogio alla sera. L’andamento tese però a stabilizzarsi dopo qualche mese dall’inizio della quarantena e soprattutto dalla sua applicazione via via più radicale, fino all’imposizione del coprifuoco permanente. Quando la rete internet collassò per il sovraccarico e non si riprese perché nessuno, neppure i tecnici, potevano lavorare e quindi sistemare le reti, i balconi rimasero l’unico modo per saggiare la tenuta del Paese oltre le voci dei telegiornali. Il collasso fu per me una sorta di liberazione perché fui sottratto ai sottili meccanismi di didattica a distanza a cui il ministero ci aveva sottoposto e che vanificano l’unico vantaggio dei prolungati arresti domiciliare: il fare nulla. Era curioso: il ministro che aveva imposto queste misure era lo stesso che in un precedente governo lodava i vantaggi del fare, non importa cosa, ma fare. Tutto in Talia si poteva fare, soprattutto se per caso eri un insegnante costretto a casa: fare videolezioni, fare videoconferenze, fare test a distanza, fare monitoraggio, fare attività di supporto, fare griglie di valutazioni adeguate, fare strategie consone. Fare fare fare. Fate fate fate. Che vi paghiamo a fare se no? Credo che internet crollò più per il porno gratuito che non per la mole di videolezioni fatte da gente come me, certo il fare qualcosa aveva generato l’immodificabile fare nulla. Il regime del proverbio elevato a ideologia che tanto s’accaniva sulla prudenza che non è mai troppa era proverbialmente scivolato sul troppo che stroppia.
Nei balconi però le cose andavano decisamente peggio. I canti lasciarono spazio ai discorsi, ai dibattiti e perfino ai comizi. Come nella più nobile tradizione londinese chiunque aveva il suo angolo per parlare e gli altri, annoiati, lo stavano ad ascoltare. Lontani dai militari nelle strade, dalle telecamere del governo, osservati solo da ronzanti scami di droni che, bontà loro, non potevano esprimersi, e ligi nell’osservare l’unica disposizione che a qualcuno davvero interessava, i parlatori presero coraggio e si avventurarono nelle più varie possibilità del dire e non del fare. Lezioni di cucina, consigli fraterni, analisi politiche, teorie di complotto. Dopo un mese nessuno aveva più voglia di cucinare, dopo due mesi i consigli erano finiti, dopo tre mesi la politica era andata e al quarto mese perfino i complotti persero la loro efficacia. Restò un unico argomento: il virus. E anche qui la dinamica fu la stessa: il virus cotto non veniva bene, meglio al naturale, perciò via la cucina. Il virus non parlava e non dava consigli, non aveva mai votato in vita sua e le teorie di complotto che lo riguardavano girarono talmente tanto a lungo da esaurire la loro capacità innovativa e quindi di attrazione sulle menti delle persone. Fra i balconi rimase solo l’annoso problema di chi il virus lo aveva portato e di chi continuava a propagarlo e quindi non è che è stato lei? Sì, perché me lo ricordo che lei usciva un po’ troppo. La spesa una volta ogni tre giorni e che siamo negli anni Cinquanta? La sigaretta, il vino, i dolci. Volevate fare pure la festa di laurea, ma quale festa, ma quale festa!
Ah sì, io? E quando è andato a correre ventidue giorni fa?
Io almeno non ero nel Borneo la scorsa estate.
Secondo me siete stati tutti e due. Irresponsabili.
Taccia lei che si è comprato i quaderni durante la prima fase della quarantena!
La colpa è vostra. La colpa è vostra se stiamo ancora così.
State zitti! Le parole sono potenziali aerosol di contagio.
Se qua si continua a parlare altro che coprifuoco.
Che cazzo sta insinuando?
Che se non sta zitto salto dal mio balcone al suo e le spacco quella faccia da ebete.
Ebete sarà sua sorella.
Io non ho sorelle!
Ma ce li ho le sorelle.
Me le porti qui allora sue sorelle, che so come contagiarle.
E allora salti, forza. Ci sono giusto cinque metri di distanza, vediamo quanto è capace.
Vuoi vederlo davvero?
Non fatelo saltare, i cadaveri possono portare il contagio!
Fanculo, io salto!
Fermatelo.
No, fermi non toccatelo!
Nel silenzio volò la prima mela, un lancio preciso dritto sul naso.
Bastardi. Chi è stato?
La seconda mela volò nella direzione opposta. La terza. Le carote, le uova, gli scolapasta, i piatti, le sedie, le boccette di profumo, i coltelli, le scarpe, i tavoli, le ante degli armadi, gli animali domestici, le pere, i cuscini dei divani, i bicchieri, le valigie, i libri mai aperti, i regali del matrimonio, gli aeroplani di carta con sopra disegni osceni, gli avanzi del pranzo, le bombe molotov.
Io me la cavavo meglio la mattina che la notte, quando nel buio e nel silenzio, nella sensazione che fino a quel momento in tutta la storia dell’umanità il solo Al Worden aveva provato e ora provava tutto il mondo, ogni dolore immaginario si acutizzava e ogni linea di febbre schizzava alle stelle. Mi capitava con sempre minore frequenza di svegliarmi pensando di essere l’imperatore del Messico oppure di essere morto, come d’altronde era capitato a tutti gli imperatori del Messico, e invece mi capitava con sempre maggiore frequenza di svegliarmi oppresso dal mio respiro, dalla mia schiena dolorante, dalla mia pressione troppo alta o troppo bassa (ambo i casi rientravano nello spettro dei sintomi certificati). Allora mi alzavo, bevevo un po’ d’acqua, sentivo il panico colorarmi il viso, passavo così dei minuti o delle ore e poi tornavo a dormire, pronto a prendermi gioco di me stesso la mattina successiva. Nelle prime notti del coprifuoco a svegliarmi non furono però le mie paure, ma una voce dalla strada. La ignorai per un po’, era l’ennesimo falso segnale di una mente che già voleva seppellirmi, era meglio ignorarlo, colorarmi il viso e aspettare di poter ridere di me. Ma la voce a differenza delle mie paure non cessava, neppure con un bicchiere d’acqua, con esercizi di autocontrollo, con tutto il mio repertorio di automedicamento. Finalmente mi decisi di aprire la finestra e andare a controllare se la voce chiamava davvero me. La vidi per strada, sotto la luce di quei pochi lampioni accesi: era Lei, con la mascherina i guanti e il carrello da spingere, ma come poteva conoscere il mio nome?
Cosa ci fai qui? C’è il coprifuoco.
La voce ripeteva solo il mio nome.
Come mi hai trovato?
E la voce ancora ripeteva il mio nome.
Vai via, via via.
Sapevo che sotto quella mascherina chirurgica era stupenda e che un giorno con Lei sarò ritornato a essere l’imperatore del Messico.
I lampioni si spensero, la voce tacque. Per tanti giorni ancora continuò a chiamare il mio nome e ancora mi alzavo a cercarla a chiamare il suo nome, che però non conoscevo. Senza la luce dei lampioni mi era impossibile riconoscerne la sagoma, il luccichio sul metallo del carrello: smisi di chiamare e rimasi ad ascoltare l’ultima persona che ancora chiamava il mio nome. Così come era comparsa sparì, di me non restava che la pelle, questa stupida pelle, senza più un nome. Le notti, alla finestra, ero il primo uomo sulla Terra.
Stare in casa era abbastanza deprimente e la dose quotidiana di messaggi governativi non faceva che peggiorare la situazione. Era un miscuglio di informazioni sparse, di numeri messi lì perché tanto nessuno li stava ad ascoltare, di incoraggiamenti buoni per ogni stagione, di lezioni di filosofia spicciola, di prospettive escatologiche. Il presidente del Consiglio parlava ai taliani un po’ come padre un po’ come quei guru da rivista patinata, la cui missione di vita è dirci che la nostra vita fa schifo, che la colpa è soltanto la nostra ed è giunto il momento di prenderla in mano e ribaltarla. In questo momento avete l’opportunità di riflettere, diceva il presidente, di fermarvi, di ragionare sul vostro stile di vite, di sfuggire alla routine quotidiana con i suoi ritmi folli e migliorare voi stessi. Un nuovo mondo sorgerà da questo vecchio e sarà migliore perché si sarà liberato dei pesi morti, dei dogmi vetusti, delle necessità. Per secoli abbiamo costruito qualcosa di troppo grande per esseri così piccoli e ora il pianeta viene finalmente a chiederci il conto. Negli ultimi mesi, difficili per me, per noi, per tutti, c’è ancora tanto da sorridere. L’inquinamento si riduce, l’aria si fa più sana, la gente riscopre la gentilezza e la premura di non contagiare gli altri con le proprie patologie, non soltanto questo dannato virus, ma qualsiasi altro virus e qualsiasi altra patologia che per secoli, incuranti del diritto di ognuno di stare a dieci metri di distanza dall’altro, abbiamo volgarmente trasmesso. Sì, miei amati concittadini, il mondo di domani sarà migliore perché più bello e più sano e se il prezzo da pagare sarà sostituire una stretta di mano con un asettico saluto romano allora io dico Ave, miei amati concittadini! Grazie a un piccolo sacrificio cogliamo un momento tragico per costruire un futuro migliore: senza inquinamento atmosferisco e sanitario, senza gomiti di estranei che cozzano con il nostro al bancone del bar, senza la necessità di uscire di casa quando a casa si sta così bene. Ci ringraziano le foreste e ci ringraziano i nostri nipoti, che saranno sempre meno perché molti di noi capiranno l’irresponsabilità di fare dei figli con la consapevolezza che un giorno questi si ammaleranno e, rovina delle rovine, moriranno. Le riflessioni che tutti noi abbiamo il tempo oggi di fare, anche io le porto avanti; e fatemi dire che non è un uomo degno di questo nome colui che mette al mondo un figlio e così facendo ne anticipa la morte.
Nei suoi occhi opachi, nel sorriso rassicurante, nei modi gentili coglievo il senso profondo del suo discorso: la salvezza dell’umanità è la sua estinzione.
***
La forma di vita aveva compreso troppo tardi quanto era accaduto; continuare a battere sui tasti non gli sarebbe stato di nessun aiuto. Corse giù per le scale, fra le occhiate dubbiose delle altre forme di vita di cui partecipava. Ansimava, sudato come un maiale. Dov’è dov’è? Si chiedeva. Poi lo trovò: il vecchio libro era proprio davanti a lui, lo aprì con la certezza di chi lo conosce a memoria: bisogna combattere il nemico dove non è.
Sì sì, ora è chiaro.
Nei balconi però le cose andavano decisamente peggio. I canti lasciarono spazio ai discorsi, ai dibattiti e perfino ai comizi. Come nella più nobile tradizione londinese chiunque aveva il suo angolo per parlare e gli altri, annoiati, lo stavano ad ascoltare. Lontani dai militari nelle strade, dalle telecamere del governo, osservati solo da ronzanti scami di droni che, bontà loro, non potevano esprimersi, e ligi nell’osservare l’unica disposizione che a qualcuno davvero interessava, i parlatori presero coraggio e si avventurarono nelle più varie possibilità del dire e non del fare. Lezioni di cucina, consigli fraterni, analisi politiche, teorie di complotto. Dopo un mese nessuno aveva più voglia di cucinare, dopo due mesi i consigli erano finiti, dopo tre mesi la politica era andata e al quarto mese perfino i complotti persero la loro efficacia. Restò un unico argomento: il virus. E anche qui la dinamica fu la stessa: il virus cotto non veniva bene, meglio al naturale, perciò via la cucina. Il virus non parlava e non dava consigli, non aveva mai votato in vita sua e le teorie di complotto che lo riguardavano girarono talmente tanto a lungo da esaurire la loro capacità innovativa e quindi di attrazione sulle menti delle persone. Fra i balconi rimase solo l’annoso problema di chi il virus lo aveva portato e di chi continuava a propagarlo e quindi non è che è stato lei? Sì, perché me lo ricordo che lei usciva un po’ troppo. La spesa una volta ogni tre giorni e che siamo negli anni Cinquanta? La sigaretta, il vino, i dolci. Volevate fare pure la festa di laurea, ma quale festa, ma quale festa!
Ah sì, io? E quando è andato a correre ventidue giorni fa?
Io almeno non ero nel Borneo la scorsa estate.
Secondo me siete stati tutti e due. Irresponsabili.
Taccia lei che si è comprato i quaderni durante la prima fase della quarantena!
La colpa è vostra. La colpa è vostra se stiamo ancora così.
State zitti! Le parole sono potenziali aerosol di contagio.
Se qua si continua a parlare altro che coprifuoco.
Che cazzo sta insinuando?
Che se non sta zitto salto dal mio balcone al suo e le spacco quella faccia da ebete.
Ebete sarà sua sorella.
Io non ho sorelle!
Ma ce li ho le sorelle.
Me le porti qui allora sue sorelle, che so come contagiarle.
E allora salti, forza. Ci sono giusto cinque metri di distanza, vediamo quanto è capace.
Vuoi vederlo davvero?
Non fatelo saltare, i cadaveri possono portare il contagio!
Fanculo, io salto!
Fermatelo.
No, fermi non toccatelo!
Nel silenzio volò la prima mela, un lancio preciso dritto sul naso.
Bastardi. Chi è stato?
La seconda mela volò nella direzione opposta. La terza. Le carote, le uova, gli scolapasta, i piatti, le sedie, le boccette di profumo, i coltelli, le scarpe, i tavoli, le ante degli armadi, gli animali domestici, le pere, i cuscini dei divani, i bicchieri, le valigie, i libri mai aperti, i regali del matrimonio, gli aeroplani di carta con sopra disegni osceni, gli avanzi del pranzo, le bombe molotov.
Io me la cavavo meglio la mattina che la notte, quando nel buio e nel silenzio, nella sensazione che fino a quel momento in tutta la storia dell’umanità il solo Al Worden aveva provato e ora provava tutto il mondo, ogni dolore immaginario si acutizzava e ogni linea di febbre schizzava alle stelle. Mi capitava con sempre minore frequenza di svegliarmi pensando di essere l’imperatore del Messico oppure di essere morto, come d’altronde era capitato a tutti gli imperatori del Messico, e invece mi capitava con sempre maggiore frequenza di svegliarmi oppresso dal mio respiro, dalla mia schiena dolorante, dalla mia pressione troppo alta o troppo bassa (ambo i casi rientravano nello spettro dei sintomi certificati). Allora mi alzavo, bevevo un po’ d’acqua, sentivo il panico colorarmi il viso, passavo così dei minuti o delle ore e poi tornavo a dormire, pronto a prendermi gioco di me stesso la mattina successiva. Nelle prime notti del coprifuoco a svegliarmi non furono però le mie paure, ma una voce dalla strada. La ignorai per un po’, era l’ennesimo falso segnale di una mente che già voleva seppellirmi, era meglio ignorarlo, colorarmi il viso e aspettare di poter ridere di me. Ma la voce a differenza delle mie paure non cessava, neppure con un bicchiere d’acqua, con esercizi di autocontrollo, con tutto il mio repertorio di automedicamento. Finalmente mi decisi di aprire la finestra e andare a controllare se la voce chiamava davvero me. La vidi per strada, sotto la luce di quei pochi lampioni accesi: era Lei, con la mascherina i guanti e il carrello da spingere, ma come poteva conoscere il mio nome?
Cosa ci fai qui? C’è il coprifuoco.
La voce ripeteva solo il mio nome.
Come mi hai trovato?
E la voce ancora ripeteva il mio nome.
Vai via, via via.
Sapevo che sotto quella mascherina chirurgica era stupenda e che un giorno con Lei sarò ritornato a essere l’imperatore del Messico.
I lampioni si spensero, la voce tacque. Per tanti giorni ancora continuò a chiamare il mio nome e ancora mi alzavo a cercarla a chiamare il suo nome, che però non conoscevo. Senza la luce dei lampioni mi era impossibile riconoscerne la sagoma, il luccichio sul metallo del carrello: smisi di chiamare e rimasi ad ascoltare l’ultima persona che ancora chiamava il mio nome. Così come era comparsa sparì, di me non restava che la pelle, questa stupida pelle, senza più un nome. Le notti, alla finestra, ero il primo uomo sulla Terra.
Stare in casa era abbastanza deprimente e la dose quotidiana di messaggi governativi non faceva che peggiorare la situazione. Era un miscuglio di informazioni sparse, di numeri messi lì perché tanto nessuno li stava ad ascoltare, di incoraggiamenti buoni per ogni stagione, di lezioni di filosofia spicciola, di prospettive escatologiche. Il presidente del Consiglio parlava ai taliani un po’ come padre un po’ come quei guru da rivista patinata, la cui missione di vita è dirci che la nostra vita fa schifo, che la colpa è soltanto la nostra ed è giunto il momento di prenderla in mano e ribaltarla. In questo momento avete l’opportunità di riflettere, diceva il presidente, di fermarvi, di ragionare sul vostro stile di vite, di sfuggire alla routine quotidiana con i suoi ritmi folli e migliorare voi stessi. Un nuovo mondo sorgerà da questo vecchio e sarà migliore perché si sarà liberato dei pesi morti, dei dogmi vetusti, delle necessità. Per secoli abbiamo costruito qualcosa di troppo grande per esseri così piccoli e ora il pianeta viene finalmente a chiederci il conto. Negli ultimi mesi, difficili per me, per noi, per tutti, c’è ancora tanto da sorridere. L’inquinamento si riduce, l’aria si fa più sana, la gente riscopre la gentilezza e la premura di non contagiare gli altri con le proprie patologie, non soltanto questo dannato virus, ma qualsiasi altro virus e qualsiasi altra patologia che per secoli, incuranti del diritto di ognuno di stare a dieci metri di distanza dall’altro, abbiamo volgarmente trasmesso. Sì, miei amati concittadini, il mondo di domani sarà migliore perché più bello e più sano e se il prezzo da pagare sarà sostituire una stretta di mano con un asettico saluto romano allora io dico Ave, miei amati concittadini! Grazie a un piccolo sacrificio cogliamo un momento tragico per costruire un futuro migliore: senza inquinamento atmosferisco e sanitario, senza gomiti di estranei che cozzano con il nostro al bancone del bar, senza la necessità di uscire di casa quando a casa si sta così bene. Ci ringraziano le foreste e ci ringraziano i nostri nipoti, che saranno sempre meno perché molti di noi capiranno l’irresponsabilità di fare dei figli con la consapevolezza che un giorno questi si ammaleranno e, rovina delle rovine, moriranno. Le riflessioni che tutti noi abbiamo il tempo oggi di fare, anche io le porto avanti; e fatemi dire che non è un uomo degno di questo nome colui che mette al mondo un figlio e così facendo ne anticipa la morte.
Nei suoi occhi opachi, nel sorriso rassicurante, nei modi gentili coglievo il senso profondo del suo discorso: la salvezza dell’umanità è la sua estinzione.
***
La forma di vita aveva compreso troppo tardi quanto era accaduto; continuare a battere sui tasti non gli sarebbe stato di nessun aiuto. Corse giù per le scale, fra le occhiate dubbiose delle altre forme di vita di cui partecipava. Ansimava, sudato come un maiale. Dov’è dov’è? Si chiedeva. Poi lo trovò: il vecchio libro era proprio davanti a lui, lo aprì con la certezza di chi lo conosce a memoria: bisogna combattere il nemico dove non è.
Sì sì, ora è chiaro.
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