Nel 1998 avevo partecipato
Nel 1998 avevo partecipato al mio primo fantacalcio nella mia classe delle scuole medie. Non erano delle gran belle scuole medie: al piano terra le grate alle finestre, il cortile inaccessibile durante la ricreazione, il campetto di calcio senza le reti che generava infinite discussioni sul gol e non-gol, e una ragazza mi aveva pure spezzato il cuore nel corridoio. Ronaldo-Luis Nazario da Lima giocava nell’Inter e la mia strategia fu acquistarlo a tutti i costi che poi non furono neanche troppo elevati perché la gran parte dei partecipanti al campionato immaginario (che poi oltre me erano solo altre tre persone) aveva un pregiudizio anti-interista. Ogni lunedì a rotazione uno di noi comprava la gazzetta e mentre la professoressa di francese faceva lezione il compratore designato faceva i calcoli. So che non era particolarmente rispettoso, ma era molto meglio di quando le tiravamo le biglie. Un lunedì spettava a me comprare il giornale e mi misi a fare i calcoli: avevo vinto, avevo Ronaldo-Luis Nazario da quella cazzo di Lima, non potevo non vincere. 71 a 70,5, ma andava più che bene per consolidare la mia classifica. Il mio avversario alla seconda ora prese il giornale e fece i suoi contro-calcoli.
Senti ho vinto io, mi diceva durante l’ora di Lettere: 72,25 a 71.
Non è possibile, provavo a rispondere.
E invece sì, hai imbrogliato.
Non puoi aver fatto 72,25.
E invece l’ho fatto.
Voi due avete intenzione di parlare ancora per molto? Ci interruppe il professore di Lettere.
Il risultato giusto è il mio, continuò incurante il mio compagno e avversario, ma io rimasi zitto perché il professore mi faceva paura e avevo già una nota sul registro, o forse due.
Alla ricreazione la bega si riaprì: Non puoi aver fatto 72,25, gli dissi.
Ah e perché no?
Perché i punti al fantacalcio sono solo interi o mezzi.
E cosa vorrebbe dire?
Che può essere o 6 o 6,5. Non 6,25, Non 6,75 e così via.
Guarda che si può prendere anche 7 o 8.
Certo. Anche 4 o 5. Anche 4,5. Ma 4,25 mai.
E quindi?
E quindi nessuna somma potrà mai terminare con virgola-venticinque.
Guarda qua, continuò agitandomi davanti al viso la calcolatrice.
Lo vedo, è comunque sbagliato.
Gli altri tre intervennero, io avevo scarso carisma e il mio compagno era quello che era stato scelto al posto mio quando mi era stato spezzato il cuore nel corridoio, quindi combattevo su un terreno sfavorevole. Senti ha ragione lui, dissero, e tu stai facendo il furbo.
Oddio, ve lo rispiego: una somma al fantacalcio non può terminare con virgola-venticinque.
Nel frattempo uno di loro prese calcolatrice e giornale e si mise a battere sui tasti.
E chi lo dice che non può? Tu?
La matematica lo dice.
Stai imbrogliando, ecco perché sei primo.
Sono primo perché ho Ronaldo.
L’altro riemerse dal suo duro lavoro e cominciò anche lui ad agitarmi la calcolatrice in faccia. Guarda qui: 72,25, imbroglione.
La trascinammo per ore, all’uscita di scuola non avevano dubbi sulla mia malafede, che quel risultato era davvero 72,25 e che vaffanculo con me non ci avrebbero mai più giocato, cosicchè il campionato venne cancellato.
Trent’anni dopo mi ricordai di questa scena perché questo era l’andazzo delle quotidiane conversazioni e dello stesso dibattito pubblico. La scuola nella quale lavoravo era a poche centinaia di metri da casa mia e per un po’ di tempo ci era consentito di andare lì per registrare le nostre lezioni. Con la scusa di avere un computer piuttosto datato ne approfittavo: potevo farmi due passi e vedere qualcosa di diverso dalle mura di casa mia. Per tornare però facevo un giro più lungo di quanto avrei potuto: tecnicamente ero nelle vicinanze di casa, tecnicamente stavo facendo un consentito spostamento casa-lavoro e praticamente potevo sgranchirmi le ginocchia. Fuori avevano già schierato i militari a pattugliare le strade per fermare chi violava la quarantena e una sera mi fermarono.
Lei dove sta andando?
A casa.
E dov’era?
A lavoro.
Lo può dimostrare?
Ho un video, se vuole.
Ce lo faccia vedere.
Presi il telefonetto, mostrai una parte del video e l’orario di pubblicazione.
Potrebbe averlo girato ieri, mi risposero.
Anche un mese fa.
Ha poco da fare lo spiritoso, lei non dovrebbe essere qua, non è consentito di camminare liberamente.
Ma sto tornando a casa.
E dove abita?
Gli diedi il mio indirizzo e ci stettero a pensare per un po’. Poi uno tirò fuori una cartina della città dalla tasca, la srotolò sul cofano del mezzo che li accompagnava, tirò fuori anche un righello e mi fece vedere con assoluta precisione quanto stessi allungando il mio cammino. Sono 173,25 metri in più.
Lo so, ma tecnicamente sono ancora nei pressi di casa. Ma è sicuro sia virgola-venticinque?
Sì, ne sono sicuro.
Sa ho già avuto dei problemi con quel numero.
Ha già compiuto questa violazione.
No, ma alle medie...
Quando ha fatto le scuole medie: durante la quarantena?
No, alle medie un virgola-venticinque mi è costato il fantacalcio.
Lei non ha capito che questo non è un gioco e che lei non può stare qui.
In realtà credo di poterlo fare. Sono nelle vicinanze di casa. Sto tornando a casa da lavoro. Non ho incrociato nessuno. I parametri li rispetto tutti.
Lei sta camminando!
Questo lo davo per scontato.
Non può camminare.
Come posso muovermi allora?
Camminare, passeggiare, non faccia il furbo.
No, la prego: non riniziamo con questa storia del furbo. Il virgola-venticinque era sbagliato!
Non cerchi di imbrogliare.
Segua il mio ragionamento: se i voti sono tutti interi o mezzi, nessuna somma può dare un virgola-venticinque.
Cosa sta cercando di dimostrare?
Che il campionato avrei dovuto vincerlo io.
Torni a casa, prima che la denunci.
Io non sto facendo niente di male.
Lei è pericoloso.
Perché?
Perché passeggia.
Torno a casa, in realtà.
La pianti. Grazie a persone come lei ci troviamo in questa situazione: con le vostre camminate e rispostine sempre pronte. Il virus viaggia con voi.
Guardi che i virus non sono una scia che ci segue.
Ah eccolo, lo scienziato.
Dico davvero, guardi questo lo ammette pure il governo. Il contagio avviene solo direttamente, da persona a persona.
Sul serio? Mi sembra molto sicuro di sé.
Semplice buonsenso. Se io cammino e non incontro nessuno, non contagio nessuno. Anche se sto a distanza di un metro, se non gli sputo in bocca, se non lo bacio. Capisce? Non lo contagerei neppure se avessi l’ebola.
Lei va in giro con l’ebola?
Continuammo così per un po’, poi mi mandò a casa con una semplice ramanzina e snocciolando tutti i pericolosi untori che vedeva percorrere le strade, tutti portatori del virus che con la loro presenza infettevano l’ambiente circostante. Dopo un po’ però episodi come questi sparirono completamente, perché anche recarsi nel proprio posto di lavoro fu vietato e così svanirono quelle poche occasioni di dialogo sociale, seppure di basso livello. Il governo mise su un servizio di supporto psicologico via telefono e decisi di farne uso, tanto per avere qualcuno con cui parlare.
Servizio di supporto a distanza, come posso esserle utile?
Volevo fare due chiacchiere.
Ha qualche problema in particolare? Si sente depresso? Medita il suicidio?
No, stavo pensando al mio cuore.
Lei è cardiopatico?
No no. Ma il mio cuore è stato spezzato.
Signore, non sono un medico, ma la nostra lista di sintomi autorizzata dal ministero della Sanità non pone i dolori cardiaci come sintomo del virus del gatto.
Parlavo metaforicamente. Sa: cuore spezzato, sofferenze amorose.
Lei non sta vivendo con la sua partner, vero?
Non ce l’ho, non potrei.
Bene, perché deve sapere che dalla scorsa settimana è vietato stare nella stessa stanza con un’altra persona.
Solissimo.
Ci chiama per questa ragione? Si sente solo?
No, ho solo avuto uno spiacevole incontro con le forze armate.
Le forze armate sono lì per servirla, signore.
Sì, ha ragione. Ma hanno tirato fuori il virgola-venticinque.
Cosa significa?
Che quella partita di fantacalcio la avevo vinta. Avevo Ronaldo, capisce?
In tutta onestà, signore: no, non capisco.
C’era nel 1998?
Ero appena nata.
Allora l’errore è il mio, non capirebbe.
Cosa non capirei?
Temo che non capirebbe nulla di questa telefonata. E tirai giù la cornetta.
Provai a chiamare più volte, quando mi rispondeva la stessa psicologa molto spesso attaccava senza neanche giustificarsi. Effettivamente le facevo perdere tempo, ma era altrettanto vero che avevo bisogno di parlare con qualcuno, che qualcuno mi ascoltasse piuttosto che qualcuno parlasse a me come avveniva con le dirette televisive del presidente del Consiglio. I primi messaggi che aveva rivolto alla nazione erano stati confusi, ma chiari. Non si capiva bene quali misure stesse davvero prendendo, però si capiva la natura delle misure: riguardavano chi dovesse andare a lavoro e chi no, quali posti potessero aprire e quali no, che vie si potessero percorrere e quali no. Certo, poi era impossibile capire sul serio se fosse lecito passeggiare o i dettagli di tutti quei provvedimenti: perlomeno si capiva che erano dei provvedimenti. Più i messaggi si accumulavano, più i decreti si ripetevano e più la retorica riempiva gli spazi che inizialmente erano occupati da quel tentativo di mandare un messaggio. Gli appelli a farci coraggio, tenere duro, essere all’altezza della situazione finirono per occupare una porzione consistente del messaggio alla nazione. Anche questi lasciarono poi il passo a questioni più frivole: consigli su cosa fare in casa, su quanto cuocere una frittata, perfino consigli di natura sentimentale. Quando venne la sera in cui il presidente del Consiglio si rivolse a tutte le ‘ragazze d’Italia’ consigliando loro di rompere i rapporti con quei loro ragazzi che durante la quarantena si preoccupavano soltanto di quanto tempo ancora avrebbero passato senza alcun conforto carnale eteroprodotto capii che non c’era più nulla da ascoltare. Presi in mano il telefonetto e chiamai il servizio di psicologia gratuito.
Rispose una voce conosciuta.
La prego non attacchi.
Ancora lei. Ma non potrebbe cercarsi qualcun altro?
Ci ero quasi riuscito, ma poi hanno chiuso i supermercati.
Va bene, mi dica cosa la opprime.
Quella partita io la avevo vinta.
...
Senti ho vinto io, mi diceva durante l’ora di Lettere: 72,25 a 71.
Non è possibile, provavo a rispondere.
E invece sì, hai imbrogliato.
Non puoi aver fatto 72,25.
E invece l’ho fatto.
Voi due avete intenzione di parlare ancora per molto? Ci interruppe il professore di Lettere.
Il risultato giusto è il mio, continuò incurante il mio compagno e avversario, ma io rimasi zitto perché il professore mi faceva paura e avevo già una nota sul registro, o forse due.
Alla ricreazione la bega si riaprì: Non puoi aver fatto 72,25, gli dissi.
Ah e perché no?
Perché i punti al fantacalcio sono solo interi o mezzi.
E cosa vorrebbe dire?
Che può essere o 6 o 6,5. Non 6,25, Non 6,75 e così via.
Guarda che si può prendere anche 7 o 8.
Certo. Anche 4 o 5. Anche 4,5. Ma 4,25 mai.
E quindi?
E quindi nessuna somma potrà mai terminare con virgola-venticinque.
Guarda qua, continuò agitandomi davanti al viso la calcolatrice.
Lo vedo, è comunque sbagliato.
Gli altri tre intervennero, io avevo scarso carisma e il mio compagno era quello che era stato scelto al posto mio quando mi era stato spezzato il cuore nel corridoio, quindi combattevo su un terreno sfavorevole. Senti ha ragione lui, dissero, e tu stai facendo il furbo.
Oddio, ve lo rispiego: una somma al fantacalcio non può terminare con virgola-venticinque.
Nel frattempo uno di loro prese calcolatrice e giornale e si mise a battere sui tasti.
E chi lo dice che non può? Tu?
La matematica lo dice.
Stai imbrogliando, ecco perché sei primo.
Sono primo perché ho Ronaldo.
L’altro riemerse dal suo duro lavoro e cominciò anche lui ad agitarmi la calcolatrice in faccia. Guarda qui: 72,25, imbroglione.
La trascinammo per ore, all’uscita di scuola non avevano dubbi sulla mia malafede, che quel risultato era davvero 72,25 e che vaffanculo con me non ci avrebbero mai più giocato, cosicchè il campionato venne cancellato.
Trent’anni dopo mi ricordai di questa scena perché questo era l’andazzo delle quotidiane conversazioni e dello stesso dibattito pubblico. La scuola nella quale lavoravo era a poche centinaia di metri da casa mia e per un po’ di tempo ci era consentito di andare lì per registrare le nostre lezioni. Con la scusa di avere un computer piuttosto datato ne approfittavo: potevo farmi due passi e vedere qualcosa di diverso dalle mura di casa mia. Per tornare però facevo un giro più lungo di quanto avrei potuto: tecnicamente ero nelle vicinanze di casa, tecnicamente stavo facendo un consentito spostamento casa-lavoro e praticamente potevo sgranchirmi le ginocchia. Fuori avevano già schierato i militari a pattugliare le strade per fermare chi violava la quarantena e una sera mi fermarono.
Lei dove sta andando?
A casa.
E dov’era?
A lavoro.
Lo può dimostrare?
Ho un video, se vuole.
Ce lo faccia vedere.
Presi il telefonetto, mostrai una parte del video e l’orario di pubblicazione.
Potrebbe averlo girato ieri, mi risposero.
Anche un mese fa.
Ha poco da fare lo spiritoso, lei non dovrebbe essere qua, non è consentito di camminare liberamente.
Ma sto tornando a casa.
E dove abita?
Gli diedi il mio indirizzo e ci stettero a pensare per un po’. Poi uno tirò fuori una cartina della città dalla tasca, la srotolò sul cofano del mezzo che li accompagnava, tirò fuori anche un righello e mi fece vedere con assoluta precisione quanto stessi allungando il mio cammino. Sono 173,25 metri in più.
Lo so, ma tecnicamente sono ancora nei pressi di casa. Ma è sicuro sia virgola-venticinque?
Sì, ne sono sicuro.
Sa ho già avuto dei problemi con quel numero.
Ha già compiuto questa violazione.
No, ma alle medie...
Quando ha fatto le scuole medie: durante la quarantena?
No, alle medie un virgola-venticinque mi è costato il fantacalcio.
Lei non ha capito che questo non è un gioco e che lei non può stare qui.
In realtà credo di poterlo fare. Sono nelle vicinanze di casa. Sto tornando a casa da lavoro. Non ho incrociato nessuno. I parametri li rispetto tutti.
Lei sta camminando!
Questo lo davo per scontato.
Non può camminare.
Come posso muovermi allora?
Camminare, passeggiare, non faccia il furbo.
No, la prego: non riniziamo con questa storia del furbo. Il virgola-venticinque era sbagliato!
Non cerchi di imbrogliare.
Segua il mio ragionamento: se i voti sono tutti interi o mezzi, nessuna somma può dare un virgola-venticinque.
Cosa sta cercando di dimostrare?
Che il campionato avrei dovuto vincerlo io.
Torni a casa, prima che la denunci.
Io non sto facendo niente di male.
Lei è pericoloso.
Perché?
Perché passeggia.
Torno a casa, in realtà.
La pianti. Grazie a persone come lei ci troviamo in questa situazione: con le vostre camminate e rispostine sempre pronte. Il virus viaggia con voi.
Guardi che i virus non sono una scia che ci segue.
Ah eccolo, lo scienziato.
Dico davvero, guardi questo lo ammette pure il governo. Il contagio avviene solo direttamente, da persona a persona.
Sul serio? Mi sembra molto sicuro di sé.
Semplice buonsenso. Se io cammino e non incontro nessuno, non contagio nessuno. Anche se sto a distanza di un metro, se non gli sputo in bocca, se non lo bacio. Capisce? Non lo contagerei neppure se avessi l’ebola.
Lei va in giro con l’ebola?
Continuammo così per un po’, poi mi mandò a casa con una semplice ramanzina e snocciolando tutti i pericolosi untori che vedeva percorrere le strade, tutti portatori del virus che con la loro presenza infettevano l’ambiente circostante. Dopo un po’ però episodi come questi sparirono completamente, perché anche recarsi nel proprio posto di lavoro fu vietato e così svanirono quelle poche occasioni di dialogo sociale, seppure di basso livello. Il governo mise su un servizio di supporto psicologico via telefono e decisi di farne uso, tanto per avere qualcuno con cui parlare.
Servizio di supporto a distanza, come posso esserle utile?
Volevo fare due chiacchiere.
Ha qualche problema in particolare? Si sente depresso? Medita il suicidio?
No, stavo pensando al mio cuore.
Lei è cardiopatico?
No no. Ma il mio cuore è stato spezzato.
Signore, non sono un medico, ma la nostra lista di sintomi autorizzata dal ministero della Sanità non pone i dolori cardiaci come sintomo del virus del gatto.
Parlavo metaforicamente. Sa: cuore spezzato, sofferenze amorose.
Lei non sta vivendo con la sua partner, vero?
Non ce l’ho, non potrei.
Bene, perché deve sapere che dalla scorsa settimana è vietato stare nella stessa stanza con un’altra persona.
Solissimo.
Ci chiama per questa ragione? Si sente solo?
No, ho solo avuto uno spiacevole incontro con le forze armate.
Le forze armate sono lì per servirla, signore.
Sì, ha ragione. Ma hanno tirato fuori il virgola-venticinque.
Cosa significa?
Che quella partita di fantacalcio la avevo vinta. Avevo Ronaldo, capisce?
In tutta onestà, signore: no, non capisco.
C’era nel 1998?
Ero appena nata.
Allora l’errore è il mio, non capirebbe.
Cosa non capirei?
Temo che non capirebbe nulla di questa telefonata. E tirai giù la cornetta.
Provai a chiamare più volte, quando mi rispondeva la stessa psicologa molto spesso attaccava senza neanche giustificarsi. Effettivamente le facevo perdere tempo, ma era altrettanto vero che avevo bisogno di parlare con qualcuno, che qualcuno mi ascoltasse piuttosto che qualcuno parlasse a me come avveniva con le dirette televisive del presidente del Consiglio. I primi messaggi che aveva rivolto alla nazione erano stati confusi, ma chiari. Non si capiva bene quali misure stesse davvero prendendo, però si capiva la natura delle misure: riguardavano chi dovesse andare a lavoro e chi no, quali posti potessero aprire e quali no, che vie si potessero percorrere e quali no. Certo, poi era impossibile capire sul serio se fosse lecito passeggiare o i dettagli di tutti quei provvedimenti: perlomeno si capiva che erano dei provvedimenti. Più i messaggi si accumulavano, più i decreti si ripetevano e più la retorica riempiva gli spazi che inizialmente erano occupati da quel tentativo di mandare un messaggio. Gli appelli a farci coraggio, tenere duro, essere all’altezza della situazione finirono per occupare una porzione consistente del messaggio alla nazione. Anche questi lasciarono poi il passo a questioni più frivole: consigli su cosa fare in casa, su quanto cuocere una frittata, perfino consigli di natura sentimentale. Quando venne la sera in cui il presidente del Consiglio si rivolse a tutte le ‘ragazze d’Italia’ consigliando loro di rompere i rapporti con quei loro ragazzi che durante la quarantena si preoccupavano soltanto di quanto tempo ancora avrebbero passato senza alcun conforto carnale eteroprodotto capii che non c’era più nulla da ascoltare. Presi in mano il telefonetto e chiamai il servizio di psicologia gratuito.
Rispose una voce conosciuta.
La prego non attacchi.
Ancora lei. Ma non potrebbe cercarsi qualcun altro?
Ci ero quasi riuscito, ma poi hanno chiuso i supermercati.
Va bene, mi dica cosa la opprime.
Quella partita io la avevo vinta.
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