Ripensavo a quel professore

Ripensavo a quel professore universitario che durante la cena di un convegno vantava, fra la derisione generale, la sua scelta di comprare la pasta in blocchi da 10 chili quand’era scontata del 30% e di 20 chili quando era scontata del 40%. Ora che avevamo assistito alla corsa ai supermercati per fare scorte da inverno nucleare, che viveamo i famosi tredici giorni, io ripensavo a quel poveretto che doveva sentirsi, come mai nella sua vita, l’uomo più intelligente del mondo. L’assalto durò solo qualche giorno, poi contingentarono gli ingressi con militari armati di fucile d’assalto e mascherine protettetive ridotti a fare da vigili urbani delle corsie di generi alimentari. Le botteghe chiusero presto: mancavano degli spazi vasti in cui circolare lontano dal pericolo che il virus, pazientemente in agguato, potesse saltarti addosso e tu fossi costretto a chiedere il famigerato tampone. Quando anche questo non sembrò più sufficiente, la raccolta dei generi alimentari fu confinata a un solo giorno alla settimana per nucleo familiare e fu così che conobbi Lei. Per le prime settimane mi limitai a guardarla da lontano, un gioco di sguardi da ballo in maschera veneziano, ma per ragioni igieniche e non goliardiche. La mia casa si riempì delle stesse cose che comprava Lei: disgustosi fiocchi di avena, immangiabili mix di legumi, odiosissimi barattoli di trippa al sugo. Mangiare quelle cose mi dava sullo stomaco, ma mi andava bene fino a che ogni giovedì alle 17:45 lo potevo riempire di quel piacevole e digestivo tremore. Anche le file alla cassa erano contingentate, due metri di distanza dalla persona che ci precedeva, distanza che mi impediva di tirare fuori l’artiglieria pesante del mio repertorio di seduzione.
Presto cominciammo a mandarci quei messaggi che ci erano possibili: io mi tagliai la barba per la prima volta da settimane, lei smise di andare a fare la spesa in pigiama. Io indossai una camicia, lei comprava le caramelle. Io camminavo qualche centimetro più vicino, lei camminava all’indietro, senza più darmi le spalle. In questa insolita combinazione da pattinaggio su pista di supermercato una sera arrivammo a far toccare le prue dei nostri carrelli, l’esperienza più simile a un bacio che il virus concedeva. I militari non lo videro e fummo salvi, quindicenni in ritardo che alla ricreazione sfuggono allo sguardo del bidello moralista. Un giorno rischiai di più e la superai: le regole erano piuttosto chiare, la spesa andava compiuta nell’ordine d’arrivo, doveva costituirsi un treno ben ordinato di (pochi) clienti che vanno tutti alla ricerca degli stessi beni essenziali. Non so quanto rischiassi in termini punitivi, se una ramanzina, una multa, l’arresto, ma dopo mesi di quarantena mi interessava poco e volevo tremendamente condurre io la danza, mandare io per primo il messaggio: corsi a comprare un dvd e lei fece lo stesso. La settimana successiva feci nuovamente la mia manovra da Nuvolari, stavolta volevo comprare delle patatine: stavano vicino ai film e il messaggio era ancora più chiaro, un giorno lo avremmo guardato insieme, o forse saremmo andati in un vecchio cinema impolverato. Trovai gli scaffali pieni di film e patatine, ma dei cartelli vietavano l’acquisto perché non erano beni di prima necessità. Ci rimasi così amareggiato che tirai dritto per la cassa, senza più curarmi di ciò che Lei faceva. Passarono le settimane e sentii la sua voce, dolce e arruginita come chi non la usa più da tanto. Avrebbe potuto parlarmi dalla distanza raccomandata di sicurezza che si faceva di giorno in giorno più estesa per ragioni di sicurezza di giorno in giorno più estese, con un po’ di voce e tono la avrei sentita, però penso che  sospettasse che i militari la avrebbero invitata a smettere, onde evitare qualsiasi futuro contatto, e quindi si mise a cantare.
Signorina, non lo faccia.
Lei degluttì.
Non possiamo essere sicuri che il suo canto non culminerà in una fontana di sputi e sa, ultimamente siamo tutti suscettibili.
Insicurezza, incertezza: dove avevo già sentito quelle parole? Tornai a casa per rovistare su internet. Le ore passavano monotone e ne avevo così tante da spendere che potei continuare a perseguire quella mania fino in fondo. Gli stipendi erano stati tagliati per fare fronte alla crisi, ma le connessioni internet erano state lasciate intatte e perfino rese gratuite affinché potessero essere utilizzate come strumenti di attiva sorveglianza della quarantena. Di colpo prendevamo coscienza di quanto i nostri telefonetti potessero avere un impatto sulla vita di tutti giorni ben più profondo del semplice scattare inutili foto per giganteschi album cibernetici. Spesi quindi senza alcuna parsimonia tutte le ore che avevo fino a quando trovai ciò che cercavo. La data sulla pagina risaliva a giusto un paio di anni prima e conteneva il discorso con cui un professore di economia si era congedato dalla carriera universitaria o piuttosto dalla vita, perché da quel momento (d’altronde avevo il tempo di verificare anche questo) nessuno aveva avuto più sue notizie. Onde evitare possibili ripercussioni future chiamerò con la lettera W.
Un minimo barometrico avanza sulle regioni occidentali e va incontro a un massimo incombente dal Nord, debuttava il professore W. E la realtà è che nessuno di noi sa a cosa questa informazione ci può portare. Secondi alcuni esemi colleghi accademici, una piccola parte dei quali siedono qui fra noi, il risultato sarà un violento acquazzione nelle prime ore di questo pomeriggio. Per altri invece, credo che anche qualcuno di questi ultimi sieda fra noi, non accadrà proprio nulla: l’incontro atteso non avverrà e qualche nube sparuta lascerà un debole segno su un cielo azzurro. La più classica espressione della contingenza, l’esempio che tutti voi, colleghi ottimisti e pessimisti, scettici e realisti, avete usato migliaia di volte nelle vostre stimate carriere, l’esempio a cui io stesso sono ricorso in continuazione fino a oggi, perde ogni sua efficacia. Mi riferisco, e quasi mi sento in colpa a doverlo esplicitare, alla coppia di proposizioni p e q per cui se p allora q, dove p è ‘piove’ e q è ‘prendo l’ombrello’ e quindi ‘se piove allora prendo l’ombrello’. Come ogni proposizione contingente è sensata, so cosa accade se è vera e so cosa accade se è falsa. Di fronte però alla prospettiva poco fa delineata, in un futuro prossimo piove e non piove e quindi io prendo e non prendo l’ombrello.
La trascrizione scorreva fluida, senza bisogno del video oramai irreperibile, riuscivo a sentire il tono della voce e il sapore delle sue parole che così continuavano. Questo vi dico e vi invito a tenere a mente perché è la perfetta rappresentazione di ciò che noi siamo soliti chiamare incertezza e che io vorrei invece cominciare a indicare come ‘paralisi della contingenza’. Se tutto può logicamente accadere, ciò che accade è radicalmente accidentale e quindi, nel momento prima che qualcosa accada, niente ci protegge dalle infinite trame del possibile. Fatemi giusto puntualizzare che uso il termine ‘infinito’ per ragioni di semplicità, anche se siamo tutti scientificamente abbastanza maturi da capire che si tratta più di un sottinsieme infinito di un insieme numerabile e quindi anch’esso numerabile. Ma non soffermiamoci oltre. Per secoli, perlomeno dalla presa di coscienza delle tentatazioni razionalizzanti del nostro pensiero che va sotto il nome di illuminimo, ci siamo convinti che vi fosse un discrimine in questo campo, vale a dire che il possibile fosse circoscritto talvolta in maniera chiara, talvolta in maniera meno chiara, ma sempre decifrabile. Se alzo il mio piede destro per camminare, questo fra qualche istante toccherà terra qualche centimetro più in là. Un meccanismo piuttosto utile nella nostra vita di tutti i giorni, seppure sbagliato nelle sue fondamenta: ma d’altra parte anche la fisica newtoniana funziona perfettamente nel mondo ordinario pur essendo incorretta nelle sue fondamenta.
Probabilmente è meglio che salti qualche parte, altrimenti rischiamo di perderci, perché quanto mi interessava del discorso è quanto segue adesso. Si verificano però delle situazioni in cui questa rete protettiva che abbiamo costruito si buca e il mostro che teneva lontano salta fuori dagli schemi logici e atterra nella realtà. È inevitabile che ciò accada, è accaduto o accadrà, perché segue dalle premesse logiche che abbiamo posto: vale a dire che il reale può realizzare tutte le possibilità logiche e che ciò accadra con certezza in un tempo infinito o sufficientemente esteso. Queste sono state le mie riflessioni negli ultimi anni della mia carriera che ho il sospetto saranno anche gli ultimi anni della mia vita. Perciò voglio ritirarmi da voi con un monito severo che dovreste prendere altrettanto sul serio: la prossima crisi mondiale non riguarderà qualcosa che conosciamo, né che ci possiamo razionalmente aspettare. La prossima crisi planetaria, quella per cui non avremo difese, riguarderà l’incertezza. Sarà una crisi micidiale: lunghissima, estenuante, dalle conseguenze nel breve e nel medio periodo mai sperimentate prima. Sarà il diluvio universale della ragione perché ci costringerà a fronteggiare il paradosso o l’ovvietà (questi termini sono per me perfettamente intercambiabili) che ho sopra delineato. Ci renderemo conto che abbiamo sempre pensato nella maniera sbagliata, che ogni nostra costruzione poggiava su debolissimi pilastri. La crisi soffierà sulla prima delle carte e il resto verrà giù da solo, di scatto, di fronte ai nostri occhi increduli. Signori miei, stimati colleghi, amati studenti: io non so darvi nessun consiglio per come affrontare la crisi quando questa arriverà. Temo che l’unica rassicurazione sia che se nel breve e nel medio periodo avremo conseguenze vastissime, nel lungo periodo nulla ci potrà più tangere perché sappiamo che saremo tutti morti.
La lucidità di quel discorso riempì i miei occhi stanchi di lacrime. Per anni era stato lì e nessuno lo aveva considerato e ora ci trovavamo prigionieri di un quadro così ben dipinto. Mi pentivo di non aver scelto, come alcuni compagni delle scuole medie, la via della tossicodipendenza. Nei giorni della Crisi soltanto i tossicomani giravano incosapevoli e perciò liberi per le strade,

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