Settembre, consiglio di classe.
Settembre, consiglio di classe.
Io farò la termodinamica.
Solo?
Se ti sembra poco.
Dicevo per dire, sai io non capisco un cazzo di fisica.
Figurati quanto ne capisco io.
Come?
Si faceva per dire.
Quindi non farai la questione dei gatti?
Gatti?
C’era un fisico che parlava di gatti.
Ah sì, non mi ricordo il nome.
Figurati se me lo ricordo io. Quindi?
Non lo faccio.
E che fai?
Solo l’elettromagnetismo. E non sono sicuro di arrivare all’ismo.
Gli ismi sono sempre pericolosi. Almeno l’elettro però potrebbe andare.
Signori, se avete concluso, interruppi io, ce ne potremmo andare a casa. Sapete ho un treno da perdere.
Ore 17.21, classico pomeriggio di mezzo inverno e il treno era puntuale come la pioggia a marzo, o come ormai mi aveva abituato da qualche tempo. Buonasera, fece il capotreno mostrando una bella mascherina griffata, benvenuto a bordo: si sieda pura, ho appena disenfettato tutto.
Feci un sorriso imbarazzato perché non capivo cosa stesse dicendo, come si stesse comportando, un po’ come non capiva il mio collega qualche minuto prima. Finalmente avevo davanti un buon esempio di cosa Wittgenstein intendeva per forme di vita. Me lo posso giocare in classe, pensai mentre mi andavo a sedere sui sedili disinfettati.
Ultimi scampoli di luce, qualche stazione più in là una signora mi si sedette davanti con una bella mascherina anche lei, seppure non griffata, mi ficcò gli occhi addosso per farmi capire che mi odiava. Accennai un sorriso, poca roba, tanto per battere l’imbarazzo e tornai a leggere il librone che mi ero portato appresso. Ci provai, almeno, perché la signora prese a fare degli strani versi gutturali, prima brevi, poi sempre più lunghi, fino a quando uno solo di questi copriva la distanza da una stazione all’altra.
Tutto bene? Chiesi a un certo momento.
Le sembra il modo di uscire di casa?
Oh no, un’altra volta, pensai. Eppure potevano dirmelo i colleghi che ero uscito nuovamente senza i pantaloni. Mi guardai e i pantaloni indosso ce li avevo proprio; puntualmente tornò il sorriso imbarazzato.
Lei non usa la mascherina?
Neppure a carnevale, pensi un po’.
Molto spiritoso. Non ha sentito del virus?
El virus?
Del virus.
Con la b?
Con la v.
Non la seguo. El virus è un ciclone come el nino?
Il virus. C’è un virus in giro.
Ah sì ora capisco. Virus con la v, in effetti torna. No, non ho sentito.
Male. Potrebbe averlo.
Lei lo ha?
Potrei.
E non verifica?
Non lo sa?
Che cosa?
L’analisi della posivitiò al virus modifica il risultato della positività al virus.
Non ha controllato, quindi?
Penso che lei non mi segua. Se controllassi, il controllo sarebbe alterato dal mio controllo. Ma non li legge i giornali?
Per carità. Pensi che lavoro a scuola e non leggo neppure le circolari. Me le faccio leggere.
Questa è una cosa grave, oggi è su tutti i giornali.
Il treno arrivò a destinazione e in qualche modo ne uscii rassicurato; la mia strategia ancora era vincente: se qualcosa di importante accadeva, pur senza leggere uno straccio di giornale, l’informazione mi sarebbe arrivata. Proprio come le circolari.
Prof, qui stiamo studiando un metodo per ingigantire il virus. Parliamo di qualcosa di colossale, di farlo diventare grosso 2-3 centimetri di diametro.
E perché?
Perché così potremmo sparargli.
Questa fu l’ultima mia conversazione scolastica, quel tardo inverno, prima che chiudessero le scuole. La notizia arrivò di improvviso, come ogni notizia, provvedimento, cambio di rotta in quei giorni: tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria. Ero anche io positivo al virus? Se avessimo con immane sforzo ingigantito il pacioccone avremmo trovato intorno a noi, in quella classe, su quei banchi in cui si oliavano già le canne delle armi e non ben altro tipo di canne di ben altro tipo di tempi, decine, centinaia di indesiderati nemici a cui sparare? Non potevo saperlo, né avrei potuto ovviare al problema con un bel tampone. Sì, era proprio come diceva la signora del treno e come nel giro di pochi mesi sarebbe diventato sempre più chiaro; la particolarità del virus era quella di comportarsi come una nuvola di possibilità, ogni individuo era contemporaneamente positivo e negativo al virus e tuttavia l’osservazione dello stesso mediante apposito tampone fissava lo stato su positivo rendendo di fatto inutile il tampone stesso. Fu per questa ragione che lo chiamarono il virus dei gatti, non perché li colpisse — erano invece immuni quelle tenere creaturine — ma perché nessuno, come profeticamente aveva rivelato quel collega quel giorno, studiava più Schrödinger e quindi tutti ricordavano il gatto dell’esperimento e mai l’autore dello stesso.
Come la questione si portò avanti è argomento noto a tutti e sul quale non vale la pena soffermarsi più di tanto, se non per ricapitolare i punti essenziali. Ogni due giorni, alle otto della sera, il presidente del Consiglio annunciava in conferenza stampa dei nuovi, improrogabili e imprescindibili provvedimenti per la vostra sicurezza (i famigerati NIIPVS). Si cominciò con la chiusura delle scuole e delle università, poi dei cinema e teatri, poi delle palestre, poi dei luoghi di aggregazione. Ricorderete a questo punto quel NIIPVS specifico comandava anche la chiusura di bocciofile e sale giochi, perché non si sapeva se ne esistessero ancora e a quei tempi la gente sarebbe stata disposta a frequentarle se ne avesse trovato anche solo una aperta. Poi dei bar, poi dei festival culturali compresi quelli di sinistra, poi dei circoli culturali compresi quelli ARCI, poi delle rassegne di cinema d’essai, poi dei mercati rionali e dei centri commerciali, poi dei negozi non strettamente necessari, poi di edicole e tabacchi, poi di qualsiasi luogo in cui potessero sostare più di quattro persone, poi delle sedi di partito, di quelle sindacali (i boy scout erano caduti diverso tempo prima), poi dei consigli comunali e infine, logica conseguenza, della Camera e del Senato. A che serve d’altra parte un sacco di gente riunita e forse-che-sì-forse-che-no contagiata quando c’è la potenza del decreto e la volontà ferrea del popolo di rispettare questa potenza?
Fra le varie conferenze stampa ricordo quella in cui si vietavano abbracci e strette di mano. Mi pare che il presidente disse che c’erano altri modi di salutare che aveva sempre considerato più igienici, ma effettivamente io ero uno di quelli che dopo mesi di treni in orario controllava freneticamente sui giornali, sul televideo e nella rete che non fosse tornato alla chetichella il Ducione, quindi non posso assicurare che avesse detto sul serio così.
Io farò la termodinamica.
Solo?
Se ti sembra poco.
Dicevo per dire, sai io non capisco un cazzo di fisica.
Figurati quanto ne capisco io.
Come?
Si faceva per dire.
Quindi non farai la questione dei gatti?
Gatti?
C’era un fisico che parlava di gatti.
Ah sì, non mi ricordo il nome.
Figurati se me lo ricordo io. Quindi?
Non lo faccio.
E che fai?
Solo l’elettromagnetismo. E non sono sicuro di arrivare all’ismo.
Gli ismi sono sempre pericolosi. Almeno l’elettro però potrebbe andare.
Signori, se avete concluso, interruppi io, ce ne potremmo andare a casa. Sapete ho un treno da perdere.
Ore 17.21, classico pomeriggio di mezzo inverno e il treno era puntuale come la pioggia a marzo, o come ormai mi aveva abituato da qualche tempo. Buonasera, fece il capotreno mostrando una bella mascherina griffata, benvenuto a bordo: si sieda pura, ho appena disenfettato tutto.
Feci un sorriso imbarazzato perché non capivo cosa stesse dicendo, come si stesse comportando, un po’ come non capiva il mio collega qualche minuto prima. Finalmente avevo davanti un buon esempio di cosa Wittgenstein intendeva per forme di vita. Me lo posso giocare in classe, pensai mentre mi andavo a sedere sui sedili disinfettati.
Ultimi scampoli di luce, qualche stazione più in là una signora mi si sedette davanti con una bella mascherina anche lei, seppure non griffata, mi ficcò gli occhi addosso per farmi capire che mi odiava. Accennai un sorriso, poca roba, tanto per battere l’imbarazzo e tornai a leggere il librone che mi ero portato appresso. Ci provai, almeno, perché la signora prese a fare degli strani versi gutturali, prima brevi, poi sempre più lunghi, fino a quando uno solo di questi copriva la distanza da una stazione all’altra.
Tutto bene? Chiesi a un certo momento.
Le sembra il modo di uscire di casa?
Oh no, un’altra volta, pensai. Eppure potevano dirmelo i colleghi che ero uscito nuovamente senza i pantaloni. Mi guardai e i pantaloni indosso ce li avevo proprio; puntualmente tornò il sorriso imbarazzato.
Lei non usa la mascherina?
Neppure a carnevale, pensi un po’.
Molto spiritoso. Non ha sentito del virus?
El virus?
Del virus.
Con la b?
Con la v.
Non la seguo. El virus è un ciclone come el nino?
Il virus. C’è un virus in giro.
Ah sì ora capisco. Virus con la v, in effetti torna. No, non ho sentito.
Male. Potrebbe averlo.
Lei lo ha?
Potrei.
E non verifica?
Non lo sa?
Che cosa?
L’analisi della posivitiò al virus modifica il risultato della positività al virus.
Non ha controllato, quindi?
Penso che lei non mi segua. Se controllassi, il controllo sarebbe alterato dal mio controllo. Ma non li legge i giornali?
Per carità. Pensi che lavoro a scuola e non leggo neppure le circolari. Me le faccio leggere.
Questa è una cosa grave, oggi è su tutti i giornali.
Il treno arrivò a destinazione e in qualche modo ne uscii rassicurato; la mia strategia ancora era vincente: se qualcosa di importante accadeva, pur senza leggere uno straccio di giornale, l’informazione mi sarebbe arrivata. Proprio come le circolari.
Prof, qui stiamo studiando un metodo per ingigantire il virus. Parliamo di qualcosa di colossale, di farlo diventare grosso 2-3 centimetri di diametro.
E perché?
Perché così potremmo sparargli.
Questa fu l’ultima mia conversazione scolastica, quel tardo inverno, prima che chiudessero le scuole. La notizia arrivò di improvviso, come ogni notizia, provvedimento, cambio di rotta in quei giorni: tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria. Ero anche io positivo al virus? Se avessimo con immane sforzo ingigantito il pacioccone avremmo trovato intorno a noi, in quella classe, su quei banchi in cui si oliavano già le canne delle armi e non ben altro tipo di canne di ben altro tipo di tempi, decine, centinaia di indesiderati nemici a cui sparare? Non potevo saperlo, né avrei potuto ovviare al problema con un bel tampone. Sì, era proprio come diceva la signora del treno e come nel giro di pochi mesi sarebbe diventato sempre più chiaro; la particolarità del virus era quella di comportarsi come una nuvola di possibilità, ogni individuo era contemporaneamente positivo e negativo al virus e tuttavia l’osservazione dello stesso mediante apposito tampone fissava lo stato su positivo rendendo di fatto inutile il tampone stesso. Fu per questa ragione che lo chiamarono il virus dei gatti, non perché li colpisse — erano invece immuni quelle tenere creaturine — ma perché nessuno, come profeticamente aveva rivelato quel collega quel giorno, studiava più Schrödinger e quindi tutti ricordavano il gatto dell’esperimento e mai l’autore dello stesso.
Come la questione si portò avanti è argomento noto a tutti e sul quale non vale la pena soffermarsi più di tanto, se non per ricapitolare i punti essenziali. Ogni due giorni, alle otto della sera, il presidente del Consiglio annunciava in conferenza stampa dei nuovi, improrogabili e imprescindibili provvedimenti per la vostra sicurezza (i famigerati NIIPVS). Si cominciò con la chiusura delle scuole e delle università, poi dei cinema e teatri, poi delle palestre, poi dei luoghi di aggregazione. Ricorderete a questo punto quel NIIPVS specifico comandava anche la chiusura di bocciofile e sale giochi, perché non si sapeva se ne esistessero ancora e a quei tempi la gente sarebbe stata disposta a frequentarle se ne avesse trovato anche solo una aperta. Poi dei bar, poi dei festival culturali compresi quelli di sinistra, poi dei circoli culturali compresi quelli ARCI, poi delle rassegne di cinema d’essai, poi dei mercati rionali e dei centri commerciali, poi dei negozi non strettamente necessari, poi di edicole e tabacchi, poi di qualsiasi luogo in cui potessero sostare più di quattro persone, poi delle sedi di partito, di quelle sindacali (i boy scout erano caduti diverso tempo prima), poi dei consigli comunali e infine, logica conseguenza, della Camera e del Senato. A che serve d’altra parte un sacco di gente riunita e forse-che-sì-forse-che-no contagiata quando c’è la potenza del decreto e la volontà ferrea del popolo di rispettare questa potenza?
Fra le varie conferenze stampa ricordo quella in cui si vietavano abbracci e strette di mano. Mi pare che il presidente disse che c’erano altri modi di salutare che aveva sempre considerato più igienici, ma effettivamente io ero uno di quelli che dopo mesi di treni in orario controllava freneticamente sui giornali, sul televideo e nella rete che non fosse tornato alla chetichella il Ducione, quindi non posso assicurare che avesse detto sul serio così.
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